In viaggio verso l’holiday blues

Agosto, periodo in cui ci si incontra in città semideserte e invece del “Come stai” ci si chiede “Tu non vai in vacanza?”. Rito d’obbligo collettivo dell’estate. Viaggio a cui non si può rinunciare pur di esorcizzare quell’immagine statica di noi stessi. Si viaggia verso il mare, i monti, tutti i posti purchè sia un “altrove”. Un altrove che ci permette di scoprire alternative immaginate, di svincolarci dai “lacci” della quotidianità e riscoprire il nostro “io” libero da ansie e restrizioni. Troppo spesso però, viviamo il momento della partenza con l’illusione che due mandate di chiavi alla nostra porta blindata possano blindare anche i nostri problemi. Come un’amante troppo a lungo desiderata ci aspettiamo che la nostra vacanza metta a posto tutto quello che non funziona nella nostra vita, le fatiche, gli stress, le ferite psicologiche o il ricordo di un amore appena finito: impossibile. I colori del mare al tramonto di certo non hanno nulla a che vedere con le nostre mura domestiche ma puntualmente, quando pensiamo al nostro viaggio in modo magico e idealizzato, come una sorta di “panacea” per tutti i nostri problemi, il rischio in cui incorriamo è di trasformare quello stato di fuga momentaneo in un ulteriore fonte di stress da cui senz’altro saremo delusi. Delusione che cancella ogni fascino di qualunque bellezza di quei luoghi tanto sospirati, che ci lascia smarriti, ansiosi, desiderosi di tornare alle nostre amate abitudini, così rassicuranti rispetto a luoghi che non conosciamo! Viaggiare infatti è spostarsi da un luogo all’altro e quindi, in un certo senso, è trovarsi in una sorta di terra di mezzo non definibile, sconosciuta e ciò che non si conosce per definizione spaventa. Non a caso “partire è un po’ come morire” si dice. Ma nonostante ciò ci facciamo coraggio pensando che non possiamo rinunciare al nostro viaggio, unica soluzione a tutti i problemi. Quando però al rientro ci accorgiamo che nulla è cambiato e che ogni problema è rimasto esattamente lì dove l’avevamo lasciato, al malessere si aggiunge altro malessere. Delusione, senso di stordimento e tristezza diffusa sono solo alcune delle inevitabili conseguenze di un viaggio che abbiamo idealizzato e che non è andato come avevamo immaginato. “Holiday blues”, così chiamano gli americani la “sindrome da rientro”. E’ in questo momento che ci rendiamo conto che la nostra scelta di partire, carica di aspettative, forse è stata un obbligo dettato più dalla moda e dalle nostre conflittualità irrisolte, che da un nostro reale bisogno. Comprendiamo allora che spensieratezza e gioia sono esperienze ed emozioni soggettive, non oggettive come la vacanza in sé, che non possono manifestarsi se non ci allontaniamo effettivamente, ossia anche interiormente, dai nostri problemi concreti. Nessun viaggio, per quanto entusiasmante, può sanare le nostre ferite se prima non impariamo a fermarci. Basterebbe chiudere ogni tanto gli occhi e ascoltarsi avvicinandosi con entusiasmo alla vita, con curiosità alle diversità e prospettiva alle difficoltà. Ascoltare il proprio cuore, i sogni dimenticati ma non perduti, i bisogni che il ritmo incessante della nostra vita soffoca, forse può essere già l’inizio di un viaggio che possiamo ripetere ogni volta che ne sentiamo il bisogno. Perché, citando Pessoa: “Per viaggiare basta esistere. Soltanto l’estrema debolezza dell’immaginazione giustifica che ci si debba muovere per sentire. […]La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori.[…]”


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